Nel 1452, Leon Battista Alberti consegna al papa Niccolò V un manoscritto in dieci libri intitolato De Re Aedificatoria. È il primo trattato di architettura scritto in Europa dai tempi di Vitruvio, quasi millecinquecento anni prima. Alberti ha quarantotto anni. Ha già scritto trattati sulla pittura, sulla scultura, sulla famiglia, sulla lingua volgare. L'architettura è il suo sesto o settimo libro, a seconda di come si conta. Non è un artigiano che scrive: è un intellettuale che teorizza su qualcosa che altri costruiscono.

È la prima cosa da capire su Alberti, e quella che lo distingue dai suoi contemporanei: non era un costruttore. Era un umanista, un funzionario papale, un latinista, un matematico, un poeta. Quando disegnava un edificio, mandava i disegni al cantiere e tornava a Roma. I muratori lo costruivano. Lui non vedeva spesso il risultato finale. Sant'Andrea a Mantova fu avviata nell'anno della sua morte: non la vide mai crescere.

Eppure i suoi edifici funzionano. E il suo trattato ha strutturato il pensiero architettonico europeo per tre secoli.

La differenza con Brunelleschi

Il confronto con Brunelleschi è inevitabile: erano contemporanei, vivevano entrambi a Firenze, lavoravano per gli stessi committenti, studiavano gli stessi Romani. Ma il loro modo di fare architettura era così diverso che sembra impossibile abbiano vissuto nello stesso momento.

Brunelleschi era un artigiano-ingegnere. Costruiva modelli fisici in legno e cera. Teneva i cantieri personalmente. Inventava macchine per spostare i pesi. Capiva la struttura perché aveva le mani nella struttura. La cupola di Santa Maria del Fiore è la soluzione di un problema tecnico, non l'applicazione di una teoria.

Alberti era l'opposto. Capiva la struttura attraverso la matematica e la lettura. Il suo punto di riferimento era Vitruvio, non il cantiere. Dove Brunelleschi improvvisava e adattava, Alberti stabiliva regole. Dove Brunelleschi risolveva problemi specifici, Alberti costruiva sistemi generali. Servivano entrambi, e il Rinascimento architettonico nasce da tutti e due gli approcci, quello teorico e quello di cantiere.

Leon Battista Alberti: dati essenziali
NatoGenova, 1404 (figlio illegittimo di famiglia fiorentina in esilio)
MortoRoma, 1472
FormazioneDiritto a Bologna, poi studi classici; funzionario della Curia pontificia
Opera teorica principaleDe Re Aedificatoria, 10 libri, completata ~1452, stampata 1485
Edifici principaliTempio Malatestiano (Rimini), Palazzo Rucellai (Firenze), Sant'Andrea (Mantova), facciata Santa Maria Novella (Firenze)

Il De Re Aedificatoria: un Vitruvio che si capisce

Vitruvio è oscuro. Il suo De Architectura è pieno di passaggi contraddittori, di termini tecnici che non sappiamo con certezza cosa designassero, di descrizioni di edifici che non esistono più. Gli architetti del Quattrocento lo leggevano tutti, ma non riuscivano sempre a ricavarne indicazioni pratiche chiare. Brunelleschi usava le rovine fisiche come fonte primaria, non il testo.

Alberti fa un'altra cosa: scrive un trattato nuovo, in un latino chiaro, che riprende Vitruvio, lo mette a confronto con quello che lui stesso ha osservato negli edifici antichi e ci aggiunge una teoria della bellezza coerente. Il De re aedificatoria ha dieci libri, come Vitruvio, ma un ordine più logico: progetto, materiali e costruzione nei primi tre; i tipi di edificio nel quarto e nel quinto; l'ornamento dal sesto al nono; i restauri nel decimo.

La parola chiave della teoria di Alberti è concinnitas, l'accordo tra le parti di un insieme. Per lui la bellezza architettonica non era soggettiva ma si poteva determinare con i numeri: un edificio è bello quando le proporzioni tra le sue parti corrispondono a rapporti numerici precisi. L'idea non era nuova (c'era già in Vitruvio, e prima ancora in Platone), ma Alberti la traduce in regole concrete che un architetto può seguire.

Il Tempio Malatestiano: il primo edificio moderno

Il fianco del Tempio Malatestiano a Rimini, con la sequenza di archi ciechi e la parte superiore incompiuta rimasta in pietra grezza
Il fianco incompiuto: la cupola progettata da Alberti non fu mai costruita, e il Tempio resta uno dei grandi incompiuti del Rinascimento.

Il Tempio Malatestiano di Rimini (1450–1468 circa) è probabilmente il primo edificio del Rinascimento che non si capisce fino in fondo se non si conosce il committente. Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, voleva trasformare una chiesa gotica in un mausoleo per sé stesso e per gli intellettuali della sua corte. Non un luogo di culto cristiano: un monumento alla gloria personale e al neoplatonismo umanista. Il papa Pio II, nemico di Malatesta, lo scomunicò e bruciò la sua effigie a Roma per questo motivo.

Alberti avvolge la chiesa gotica esistente in una struttura esterna di marmo che non ha niente a che fare con l'interno. È una facciata autonoma, un guscio classico che copre una struttura medievale. La facciata riprende alla lettera lo schema di un arco trionfale romano, con l'Arco di Augusto di Rimini, poco distante, come modello. I fianchi sono una sequenza di archi con nicchie in cui erano previste le tombe degli intellettuali della corte.

L'edificio però non fu mai finito, e la cupola prevista da Alberti non fu mai costruita (la conosciamo da una medaglia di Matteo de' Pasti). Il Tempio Malatestiano si capisce davvero solo immaginando quello che avrebbe dovuto essere.

«Alberti progettava con lettere e disegni, e spesso non vedeva il risultato; quando lo vedeva, era troppo tardi per cambiarlo. È un modo di lavorare che richiede una fiducia totale nelle proporzioni e nelle regole, perché tra progettista e cantiere c'è di mezzo la distanza.»

La facciata di Santa Maria Novella: il problema dell'eredità gotica

La facciata di Santa Maria Novella a Firenze, con le due grandi volute che raccordano la parte bassa a quella superiore
Le volute, le prime dell'architettura rinascimentale: raccordano la larghezza della navata alla parte superiore, e diventeranno un elemento tra i più copiati dei secoli successivi.

Il problema che Alberti deve risolvere a Santa Maria Novella (Firenze, 1456–1470) è questo: come si applica un sistema proporzionale classico a una facciata gotica già esistente? La parte bassa della facciata era già costruita, in marmo bicolore bianco e verde, nello stile del Romanico fiorentino. La parte alta era incompiuta. Alberti deve finire quello che altri hanno iniziato, in un stile diverso, mantenendo la coerenza con quello che c'è già.

La soluzione sono le due grandi volute ai lati della parte superiore: le prime dell'architettura rinascimentale, e diventeranno uno degli elementi più copiati nei secoli successivi. Le volute raccordano la larghezza della navata centrale alla larghezza ridotta della parte superiore. Sono insieme decorazione e raccordo.

Ma il vero contributo di Alberti a Santa Maria Novella è l'applicazione di un sistema proporzionale basato sul quadrato. L'intera facciata è divisa in quadrati di uguale misura. La parte bassa, la parte alta, l'apertura del portale, le nicchie laterali: tutti i rapporti derivano da questo modulo di base. È la concinnitas applicata: l'armonia viene dalla proporzione, non dall'ornamento.

Sant'Andrea a Mantova: l'eredità più grande

Sant'Andrea a Mantova (iniziata nel 1472, l'anno della morte di Alberti) è il suo edificio più influente, e non lo vide mai finito. Il progetto è una novità forte: Alberti propone di abbandonare la struttura a tre navate con colonnato tipica delle basiliche medievali e rinascimentali, e di sostituirla con una navata unica enorme, larga quasi quanto una chiesa gotica, coperta da una volta a botte. Ai lati, invece delle navate, una serie di cappelle alternate a pilastri massicci.

Il modello è la Basilica di Massenzio a Roma — un edificio civile che Alberti conosceva bene da Roma. Usarne lo schema per una chiesa è anche una presa di posizione: per Alberti non esiste uno spazio "cristiano" separato da quello antico, sacro e profano stanno nello stesso sistema di proporzioni.

Sant'Andrea diventa il modello da cui derivano decine di chiese nei secoli successivi, fino al Gesù di Vignola a Roma (1568), che diffonderà questa tipologia in tutto il mondo cattolico attraverso i gesuiti. La navata unica larga con cappelle laterali è ancora la forma più comune delle chiese costruite tra il XVI e il XVIII secolo. Alberti non l'ha inventata, ma è lui a portarla nell'architettura sacra del Rinascimento, dove resterà per secoli.

L'architetto come intellettuale

Forse la cosa più importante che Alberti ha fatto non è un edificio, ma una nuova idea di architetto. Prima di lui l'architetto era un maestro costruttore, un artigiano più esperto degli altri. Vitruvio aveva già provato a nobilitare il mestiere, ma il suo trattato nel Medioevo circolava poco ed era letto ancora meno.

Nel De re aedificatoria Alberti scrive che l'architetto non deve per forza costruire con le proprie mani: la sua competenza è intellettuale. Deve conoscere la matematica, la geometria, la storia, la filosofia. Deve essere in grado di concepire l'edificio nella propria mente prima che esista fisicamente. Deve comunicare il progetto attraverso disegni e istruzioni scritte.

È il modello dell'architetto moderno. La professione di oggi assomiglia più all'idea di Alberti che al Brunelleschi delle macchine da cantiere e delle soluzioni trovate sui ponteggi. Curioso, perché a Firenze gli edifici che tutti ricordano sono di Brunelleschi.

Ma torniamo al punto di partenza: Alberti ha cambiato l'architettura occidentale scrivendo, non costruendo. Il De Re Aedificatoria è stato stampato nel 1485, tredici anni dopo la sua morte, ed è rimasto in stampa pressoché ininterrottamente fino ad oggi. Palladio lo ha letto. Vignola lo ha letto. Wren lo ha letto. Jefferson lo ha letto. Un trattato che dura cinque secoli è un'architettura che non crolla mai.