Oslo, primavera. Sul bordo del fiordo, dove fino a pochi anni prima c'era un porto di container e un quartiere abbandonato, un edificio bianco esce dall'acqua come un ghiacciaio. Non ha una facciata, ha un tetto: una lunga superficie inclinata di marmo di Carrara che sale dal livello del mare fino a venti metri d'altezza, e su cui si cammina. Le famiglie ci fanno il picnic, i ragazzi ci portano lo skateboard, i turisti guardano il fiordo dalla cima. L'edificio è il Teatro dell'Opera di Oslo (2008) e il suo progetto è dello studio Snøhetta, che per una volta dichiara chiaramente cosa vuole: che il pubblico salga sull'opera prima di entrarci.
Uno studio con il nome di una montagna
Snøhetta nasce a Oslo nel 1989, fondato da un gruppo di architetti tra cui il norvegese Kjetil Trædal Thorsen e lo statunitense Craig Dykers, e prende il nome da una montagna dei monti Dovre, nella Norvegia centrale, tra i massicci più alti del paese. Non è un caso: lo studio nasce con l'idea che architettura, paesaggio e design siano un unico mestiere, e che i progetti siano il prodotto di un lavoro collettivo, non la firma di un solo autore. Nei primi anni lavora in una specie di equilibrio tra la Scandinavia e l'estero, e nel 1989, alla nascita, vince un concorso che sembra fuori scala per un giovane studio.
Il concorso è per la Biblioteca di Alessandria, bandito dal governo egiziano e dall'UNESCO per ricostruire, nel luogo dove sorgeva la biblioteca dei Tolomei, un edificio che ne riprenda il ruolo. Snøhetta vince con un progetto che ha una forma semplice: un disco di 160 metri di diametro, inclinato verso il mare come un sole che sorge, con una sala di lettura di circa 20.000 metri quadrati che scende a terrazze, su sette livelli. La parete esterna, in granito grigio di Assuan, è incisa con caratteri di circa 120 alfabeti e sistemi di scrittura diversi: un muro fatto di lettere, non di immagini. La biblioteca è completata nel 2001 e inaugurata nel 2002, dopo più di dieci anni.
L'opera che si può scalare
Il concorso per l'Opera di Oslo è del 2000. La città sceglie un'area, Bjørvika, che allora è una zona di ferrovie e depositi, e la trasforma nel proprio nuovo fronte sul fiordo. Snøhetta vince con un edificio che ha la forma di un iceberg: le facciate sono in vetro e alluminio, il tetto scende in lastre di marmo bianco di Carrara fino a toccare l'acqua, e il pubblico può percorrerlo dall'esterno, senza biglietto. Il tetto è un'invenzione precisa: un'opera lirica è un edificio per pochi, e questo tetto la rende un luogo per tutti. Dentro, la sala principale, a ferro di cavallo, è rivestita in rovere e ha più di 1.300 posti; il foyer è una grande vetrata con una parete curva in legno che sembra una barca rovesciata.
L'Opera viene inaugurata il 12 aprile 2008 e riceve nel 2009 il Premio Mies van der Rohe dell'Unione Europea. Ma il suo successo più importante è quotidiano: è diventata il posto dove gli abitanti di Oslo vanno d'estate, a sedersi con la faccia rivolta al fiordo. Un edificio culturale che funziona come piazza, tanto che Oslo ha continuato su quella strada con il nuovo museo Munch e la biblioteca Deichman, entrambi in Bjørvika.
Paesaggio, energia e mestiere
Negli anni successivi Snøhetta allarga il campo: il padiglione d'ingresso del 9/11 Memorial Museum a New York (2014), il Powerhouse Kjørbo a Sandvika (2014), una riqualificazione di due edifici per uffici degli anni Ottanta trasformati in edifici a energia positiva, l'ampliamento del SFMOMA a San Francisco (2016), fino a Under (2019), un ristorante che è un lungo blocco di calcestruzzo affondato nel mare a Lindesnes, sulla punta meridionale della Norvegia, con una finestra panoramica sotto il livello dell'acqua. Il filo è coerente: pochi gesti forti che rimettono il paesaggio al centro.
Dal fiordo al deserto
Nel 2016 Snøhetta completa l'ampliamento del San Francisco Museum of Modern Art (SFMOMA): un nuovo volume di dieci piani, rivestito da pannelli ondulati in fibra di vetro bianca ispirati alla nebbia che spesso avvolge la baia di San Francisco, che quasi triplica la superficie espositiva del museo esistente senza sovrastarlo, arretrato e più alto rispetto all'edificio storico in mattoni. È uno dei progetti con cui lo studio dimostra che lo stesso principio applicato all'Opera di Oslo — lasciare che sia il pubblico, non l'edificio, il vero soggetto — funziona anche per un museo, dove il compito principale non è stupire dall'esterno ma organizzare bene il percorso di chi guarda l'arte.
Nello stesso periodo lo studio lavora anche su scala molto più grande e in un contesto opposto: il King Abdulaziz Center for World Culture a Dhahran, in Arabia Saudita, un complesso di centomila metri quadrati commissionato dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco nel 2007 e aperto gradualmente a partire dal 2016. La forma si ispira alle formazioni rocciose del deserto locale, blocchi scuri e compatti che custodiscono un auditorium, una biblioteca, un cinema e un museo. È la prova che il metodo di Snøhetta — partire dal paesaggio e dal clima specifico del sito, non da un linguaggio prestabilito — produce edifici molto diversi tra loro: un tetto di marmo bianco su un fiordo norvegese, rocce scure nel deserto arabico, la stessa domanda posta due volte.