Il 4 aprile 1960 la Torre Pirelli viene inaugurata a Milano, dopo quattro anni di cantiere. È alta 127 metri, ha 32 piani, e la sua pianta non è un rettangolo ma un esagono allungato con le due estremità strette. Di fronte non ha un lato piatto: da nessun punto di vista sembra un parallelepipedo. Chi la guarda da Piazza Duca d'Aosta la percepisce come una lama che sale dal suolo; chi la vede di fianco, come una vela. Per decenni è l'edificio più alto d'Italia. Il suo autore, Gio Ponti (1891–1979), ha sessantotto anni, e ha appena finito il progetto più importante di una carriera cominciata più di trent'anni prima.

Il progetto è collettivo. Ponti disegna la forma e coordina il gruppo con Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina e Egidio Dell'Orto; la struttura è di Pier Luigi Nervi e di Arturo Danusso. Un sistema di grandi setti di cemento armato corre per tutta l'altezza dell'edificio e regge i pavimenti, riducendo la necessità di pilastri intermedi. Le estremità affusolate, che a Ponti servono per rendere leggera la massa, coincidono con la soluzione strutturale più efficiente. È un caso raro: forma e struttura sono la stessa cosa, e nessuno dei due ha dovuto cedere.

Guardando la torre con attenzione si legge questo accordo. I grandi setti portanti di Nervi sono quattro, disposti a coppie al centro della pianta, e alle due estremità la struttura si chiude in elementi triangolari cavi che contengono scale e impianti. Tutti si assottigliano salendo, perché ai piani alti devono portare meno peso: la riduzione di spessore, invisibile dalla strada, è la ragione tecnica della leggerezza che l'occhio percepisce. La facciata continua di vetro e alluminio, sottile e regolare, lascia vedere in trasparenza questo ritmo, e in cima la copertura si stacca dal corpo dell'edificio con una fessura di luce, come se il tetto fosse sospeso. La torre è insieme un'opera di ingegneria di punta e un esercizio di proporzione.

Un architetto che era anche un direttore

La Pirelli è quasi la conclusione di un percorso. Ponti si laurea al Politecnico di Milano nel 1921, dopo la Prima guerra mondiale in cui combatte, e per anni lavora come designer per la manifattura di ceramiche Richard-Ginori, disegnando vasi e porcellane. Nel 1928 fonda Domus, la rivista che dirige quasi senza interruzioni fino alla morte, e che diventa uno dei principali luoghi di discussione su architettura e design in Europa. Insegna al Politecnico. Dirige la Triennale. Progetta arredi con Cassina, un edificio per la Montecatini (Milano, 1936), il palazzo di Matematica dell'Università di Roma, un albergo a Sorrento.

Dietro questa varietà c'è un'idea precisa, che Ponti espone nel 1933 in un breve testo diventato celebre, La casa all'italiana. La casa italiana, sostiene, non è un rifugio chiuso contro il clima come la casa nordica, ma uno spazio aperto verso l'esterno, fatto di logge, terrazze, finestre grandi, colori chiari; e va arredata con oggetti belli e utili prodotti dall'industria, non con copie di mobili antichi. È un programma che unisce architettura e design, e che spiega perché Ponti abbia lavorato con la stessa serietà a un grattacielo e a un servizio di posate. Tra i suoi oggetti più noti c'è anche una macchina per il caffè espresso, disegnata nel 1948 per La Pavoni, con una forma orizzontale e aerodinamica che fece scuola nei bar del dopoguerra.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta Ponti progetta anche gli interni di alcuni transatlantici italiani, come il Conte Grande, il Giulio Cesare e l'Andrea Doria, affondato nel 1956 al largo di New York. Le navi erano vetrine galleggianti del design italiano: Ponti coinvolge artisti e artigiani, dai ceramisti ai pittori, e trasforma saloni e cabine in una sequenza di ambienti leggeri e luminosi. È un'esperienza che gli insegna a progettare spazi compatti, curati fin nei minimi dettagli, e a lavorare con squadre numerose di collaboratori: due capacità che ritroveremo nel cantiere della Pirelli.

Il lavoro alla Richard-Ginori è il primo successo internazionale. Nominato direttore artistico della manifattura nel 1923, Ponti rinnova completamente il catalogo di porcellane e ceramiche, disegnando vasi, piatti e figure che reinterpretano il classicismo in chiave ironica e moderna, e alla grande Esposizione di arti decorative di Parigi del 1925 ottiene il Grand Prix. È in questi anni che si convince che il progettista debba lavorare con l'industria per portare la qualità nella vita quotidiana, e non solo negli oggetti di lusso. Domus, fondata tre anni dopo con l'editore Gianni Mazzocchi, nasce da questa convinzione: una rivista per architetti, ma anche per chi arreda la propria casa. Ponti la dirige per quasi mezzo secolo, con una sola interruzione negli anni Quaranta, quando dà vita a un'altra rivista, Stile.

Gio Ponti — opere principali
Edificio Montecatini, Milano1936 · uffici · rivestimento in marmo
Villa Planchart, Caracas1953–57 · «El Cerrito» · pavimenti e pareti come pittura
Superleggera1957 · Cassina · circa 1,7 kg
Torre Pirelli, Milano1956–60 · 127 m · con Nervi
Hotel Parco dei Principi, Sorrento1960 · pavimenti di ceramica disegnati da Ponti
Denver Art Museum1971 · con James Sudler · unica opera negli USA

Anche la sua casa racconta la leggerezza come metodo. Nel palazzo di via Dezza a Milano, costruito nel 1957, Ponti progetta per sé un appartamento in cui le stanze sono separate da pareti scorrevoli, che si possono aprire per trasformare l'intero piano in un unico spazio. I mobili sono sospesi alle pareti o sottili, le finestre sono disposte in modo da inquadrare la città come quadri, e il pavimento è un unico disegno continuo di piastrelle. La casa non è un insieme di stanze chiuse, ma un ambiente che si trasforma nel corso della giornata. È la versione domestica dell'idea che guida la Superleggera: togliere peso, fisico e visivo, a tutto ciò che non serve.

La leggerezza come metodo

Ponti usa spesso la parola «leggero» e non è una metafora. La sedia Superleggera (1957, per Cassina) è ispirata a una sedia tradizionale ligure di Chiavari, ma ridotta al minimo: pesa pochissimo, si può sollevare con un dito, resiste a un uso intenso. Nella Villa Planchart a Caracas (1953–57), sopra un colle, le pareti sono coperte da superfici colorate come dipinti, e i pavimenti sono disegnati come tappeti di ceramica. L'idea di fondo è che la casa non sia un contenitore ma una scena: uno spazio da vivere come si abita un'opera d'arte.

La villa di Caracas fu commissionata dai collezionisti Armando e Anala Planchart, che lasciarono a Ponti la libertà di progettare tutto, dall'edificio agli arredi, ai tessuti, alle posate. Ponti la paragonava a una farfalla posata sulla collina: un volume che sembra non pesare, con coperture sottili e pareti che non arrivano a toccare il soffitto, in modo che lo spazio scorra da una stanza all'altra. Oggi la casa è aperta al pubblico come fondazione ed è uno degli esempi più completi della sua idea di opera totale. Qualcosa di simile accade nell'albergo Parco dei Principi a Sorrento, dove i pavimenti delle camere e degli spazi comuni sono composti da piastrelle bianche e blu realizzate con decine di motivi diversi, combinabili in infinite varianti: ogni stanza è diversa, ma tutte appartengono allo stesso disegno.

Sulla Superleggera circola un aneddoto che Ponti e Cassina usarono volentieri: per dimostrarne la robustezza, la sedia sarebbe stata lanciata da una finestra al quarto piano, rimbalzando a terra senza rompersi. Vero o amplificato che sia, l'aneddoto dice l'essenziale. La leggerezza di Ponti non è fragilità: è il risultato di un lavoro accuratissimo sulle sezioni, sulle giunzioni e sui materiali, lo stesso che Nervi faceva con il cemento armato. È per questo che la sedia, a quasi settant'anni dalla sua nascita, è ancora in produzione.

Questa attenzione alla superficie e al colore è ciò che lo separa dai maestri del Movimento Moderno, e che gli ha fatto meritare a lungo un giudizio ambivalente: troppo decorativo per i puristi, troppo poco teorico per gli storici. Ma i suoi edifici invecchiano bene. Il Denver Art Museum (1971), la sua unica opera negli Stati Uniti, è una torre che sembra un castello, con un rivestimento di circa un milione di piastrelle di vetro grigio che catturano la luce del Colorado. Negli ultimi decenni la critica lo ha ripreso come un autore: il maestro dell'architettura che non prende sul serio se stessa.

Una delle sue ultime opere porta questa idea al limite. Nella concattedrale Gran Madre di Dio a Taranto, completata nel 1970, la facciata principale non chiude nulla: è un grande schermo di cemento traforato da file di aperture, alto sopra il corpo della chiesa come una vela, attraverso cui si vede il cielo. Ponti la descriveva come una facciata "d'aria", pensata per essere guardata da lontano e riflessa nelle vasche d'acqua che la precedono. È un'architettura che rinuncia al volume per affidarsi al disegno e alla luce, e che mostra, alla fine di una carriera lunghissima, quanto Ponti fosse rimasto fedele alla stessa intuizione.

Il Pirellone dopo Pirelli

Nel 1978 la torre è stata acquistata dalla Regione Lombardia, e da allora ospita il Consiglio regionale: per i milanesi è semplicemente il Pirellone. Il nome resta legato all'azienda che lo commissionò, anche se la Pirelli lo ha lasciato da quasi mezzo secolo: oggi la sua sede è alla Bicocca, nell'area che un tempo ospitava gli stabilimenti del gruppo. Il nome resta legato all'azienda che lo commissionò, anche se la Pirelli lo ha lasciato da quasi mezzo secolo: oggi la sua sede è alla Bicocca, nell'area che un tempo ospitava gli stabilimenti del gruppo. Il 18 aprile 2002 un piccolo aereo da turismo si schiantò contro il ventiseiesimo piano, uccidendo il pilota e due persone che lavoravano nell'edificio. La struttura di Nervi e Danusso resse senza cedimenti, e seguì un restauro accurato che rinnovò facciate, impianti e interni rispettando il disegno originale. Negli anni successivi l'ultimo piano, il belvedere, è stato aperto periodicamente al pubblico, e da lì si capisce bene quanto la torre sia sottile: dalle estremità, la pianta si restringe fino a pochi metri.

Per chi vuole conoscere Ponti a Milano, il percorso è ricco. Oltre al Pirellone, davanti alla Stazione Centrale, si possono vedere il primo palazzo Montecatini in via Turati, con il suo rivestimento di marmo e i serramenti di alluminio progettati su misura; la chiesa di San Francesco al Fopponino, con la facciata a losanghe; e i suoi arredi nelle collezioni del Museo del Design della Triennale. Ma forse il modo migliore per capirlo è sedersi su una Superleggera, sollevarla con due dita e rendersi conto che un oggetto così leggero può durare decenni: è la stessa idea che, in scala diversa, regge i 127 metri della torre.

«Ponti intitola un suo libro del 1957 Amate l'architettura. Non è retorica. Per lui l'architettura era un modo di rendere più leggera la vita degli altri, e la leggerezza era un fatto tecnico: la struttura di Nervi, il peso di una sedia, lo spessore di una facciata. Una torre di 127 metri che sembra una foglia dice tutto questo, e lo dice senza una parola.»