Nel 1958 la Torre Pirelli è inaugurata a Milano. È alta 127 metri, ha 32 piani, e la sua pianta non è un rettangolo ma un esagono allungato con le due estremità strette. Di fronte non ha un lato piatto: da nessun punto di vista sembra un parallelepipedo. Chi la guarda da Piazza Duca d'Aosta la percepisce come una lama che sale dal suolo; chi la vede di fianco, come una vela. Per decenni è l'edificio più alto d'Italia. Il suo autore, Gio Ponti (1891–1979), ha sessantasei anni, e sta finendo il progetto più importante di una carriera cominciata più di trent'anni prima.
Il progetto è collettivo. Ponti disegna la forma e coordina il gruppo con Antonio Fornaroli, Alberto Rosselli, Giuseppe Valtolina e Egidio Dell'Orto; la struttura è di Pier Luigi Nervi e di Arturo Danusso. Un sistema di grandi setti di cemento armato corre per tutta l'altezza dell'edificio e regge i pavimenti, riducendo la necessità di pilastri intermedi. Le estremità affusolate, che a Ponti servono per rendere leggera la massa, coincidono con la soluzione strutturale più efficiente. È un caso raro: forma e struttura sono la stessa cosa, e nessuno dei due ha dovuto cedere.
Un architetto che era anche un direttore
La Pirelli è quasi la conclusione di un percorso. Ponti si laurea al Politecnico di Milano nel 1921, dopo la Prima guerra mondiale in cui combatte, e per anni lavora come designer per la manifattura di ceramiche Richard-Ginori, disegnando vasi e porcellane. Nel 1928 fonda Domus, la rivista che dirige quasi senza interruzioni fino alla morte, e che diventa uno dei principali luoghi di discussione su architettura e design in Europa. Insegna al Politecnico. Dirige la Triennale. Progetta arredi con Cassina, un edificio per la Montecatini (Milano, 1936), il palazzo di Matematica dell'Università di Roma, un albergo a Sorrento.
La leggerezza come metodo
Ponti usa spesso la parola «leggero» e non è una metafora. La sedia Superleggera (1957, per Cassina) è ispirata a una sedia tradizionale ligure di Chiavari, ma ridotta al minimo: pesa pochissimo, si può sollevare con un dito, resiste a un uso intenso. Nella Villa Planchart a Caracas (1953–57), sopra un colle, le pareti sono coperte da superfici colorate come dipinti, e i pavimenti sono disegnati come tappeti di ceramica. L'idea di fondo è che la casa non sia un contenitore ma una scena: uno spazio da vivere come si abita un'opera d'arte.
Questa attenzione alla superficie e al colore è ciò che lo separa dai maestri del Movimento Moderno, e che gli ha fatto meritare a lungo un giudizio ambivalente: troppo decorativo per i puristi, troppo poco teorico per gli storici. Ma i suoi edifici invecchiano bene. Il Denver Art Museum (1971), la sua unica opera negli Stati Uniti, è una torre che sembra un castello, con un rivestimento di circa un milione di piastrelle di vetro grigio che catturano la luce del Colorado. Negli ultimi decenni la critica lo ha ripreso come un autore: il maestro dell'architettura che non prende sul serio se stessa.