Brighton, sulla costa meridionale dell'Inghilterra, 1815. Il principe reggente Giorgio, futuro Giorgio IV, ha già trasformato una semplice casa di campagna in un padiglione neoclassico, ma vuole di più: qualcosa che stupisca i suoi ospiti. Chiama l'architetto John Nash, che negli anni successivi avvolge l'edificio in una fantasia indiana e islamica — cupole a cipolla, minareti, finestre a traforo — mentre dentro fa costruire sale in stile cinese, con draghi dorati, bambù dipinto e un lampadario di sei tonnellate sospeso sopra il tavolo del banchetto, sorretto da un drago d'argento che sembra portarlo senza sforzo. Il Royal Pavilion, completato nel 1823, è l'edificio più stravagante della Reggenza inglese, e il suo architetto è lo stesso uomo che, a Londra, sta ridisegnando il volto della capitale.
Un architetto tardivo
Nash nasce a Londra nel 1752, figlio di un ingegnere idraulico, e comincia la carriera come architetto solo dopo i quarant'anni, dopo un primo fallimento imprenditoriale e un periodo passato a costruire ville di campagna in Galles con il paesaggista Humphry Repton. È un architetto pratico più che teorico, abile nel dare forma rapidamente alle idee dei propri committenti, e proprio questa dote lo porta, verso il 1806, a diventare l'architetto di fiducia del principe reggente. La loro collaborazione produce il progetto urbanistico più ambizioso di Londra dai tempi del grande incendio del 1666: un intero asse che collega il palazzo del principe, allora Carlton House, a un grande parco a nord della città.
Il progetto, approvato nel 1811, prevede la trasformazione di Marylebone Park in un grande parco paesaggistico — oggi Regent's Park — circondato da terrazze di case signorili dalle facciate classicheggianti in stucco bianco, e collegato al centro da una nuova strada, Regent Street, che taglia in diagonale il tessuto medievale della città. Nash progetta la strada non come un semplice collegamento ma come una sequenza di quinte urbane: colonnati curvi, come il celebre Quadrant, che cambiano la prospettiva a ogni passo, pensati apposta per separare visivamente i quartieri eleganti a ovest da quelli popolari a est.
Lo stucco che imita la pietra
Il materiale che rende possibile tutto questo, a una velocità e con un budget che la pietra vera non avrebbe permesso, è lo stucco: un intonaco a base di cemento, applicato su muratura di mattoni economici e poi dipinto o scanalato per imitare la pietra da taglio. Le terrazze di Regent's Park, viste da lontano, sembrano palazzi di pietra bianca continui; da vicino si vede la superficie liscia dell'intonaco. È un compromesso tra ambizione e budget che diventa lo stile riconoscibile della Reggenza inglese, e che permette a Nash di costruire in pochi decenni un'intera area di Londra.
Al Royal Pavilion di Brighton, invece, il materiale che colpisce di più è il ferro: le cupole a cipolla che coronano l'edificio nascondono una struttura interna in ghisa, una delle prime applicazioni di questo materiale industriale a un edificio di rappresentanza, e le scale sono anch'esse in ghisa dipinta a imitare il bambù. Nash unisce così, nello stesso edificio, un linguaggio decorativo fantastico, preso da stampe e disegni di viaggio più che da una conoscenza diretta dell'India, e una tecnologia costruttiva all'avanguardia per il proprio tempo.
Una caduta rapida quanto l'ascesa
Il progetto più ambizioso di Nash, l'ampliamento di Buckingham Palace commissionato da Giorgio IV nel 1825, diventa anche la sua rovina. I costi lievitano ben oltre il budget approvato dal Parlamento, e i cambi d'idea continui del re, che modifica il progetto più volte in corso d'opera, aggravano la situazione. Quando Giorgio IV muore nel 1830, Nash perde il proprio protettore: un'inchiesta parlamentare lo accusa di cattiva gestione dei fondi pubblici, e pur senza essere formalmente condannato, viene licenziato dall'incarico reale. Muore tre anni dopo, nel 1835, nella sua casa sull'Isola di Wight, senza vedere completato Buckingham Palace, che verrà finito da altri architetti con modifiche sostanziali al suo progetto originario.
Un villaggio finto per pensionati veri
Prima di ridisegnare Londra, Nash sperimenta l'idea opposta: un villaggio che sembra non essere mai stato disegnato. A Blaise Hamlet, vicino Bristol, nel 1811 costruisce nove cottage per gli ex dipendenti del banchiere quacchero John Scandrett Harford, disposti in modo irregolare attorno a un prato comune, ciascuno diverso dall'altro nella pianta, nel tetto, nei comignoli, con muri intonacati, paglia, mattoni a vista e finestre a losanga mescolati apposta senza alcuna simmetria. È l'esempio più compiuto dello stile cottage ornée, una costruzione povera nella sostanza — piccole case popolari — ma resa pittoresca fin nel dettaglio, come se fosse cresciuta nei secoli invece di essere stata progettata in un colpo solo.
Il villaggio nasce dalla stessa sensibilità che, pochi anni dopo, Nash porterà a scala urbana a Regent's Park: l'idea che un paesaggio, anche costruito da zero, debba sembrare naturale e vario, mai geometrico e ripetitivo. Blaise Hamlet oggi appartiene al National Trust, l'ente britannico per la tutela dei beni storici e naturali, ed è visitabile liberamente dall'esterno: le case restano abitazioni private, ma il prato comune è aperto al pubblico. È un promemoria utile su Nash: lo stesso architetto capace delle grandi terrazze urbane in stucco sapeva anche disegnare, in miniatura, l'illusione opposta — quella di un luogo che l'architettura non ha mai toccato.