La sera del 15 aprile 2019 un incendio distrugge il tetto di Notre-Dame di Parigi, e alle 19.50 la guglia sopra la crociera cede e precipita all'interno della cattedrale. È una guglia di legno e piombo alta 96 metri, e non è medievale: è stata costruita tra il 1859 e il 1860 su disegno di Eugène Viollet-le-Duc (1814–1879), che ne rimpiazzava una originale, già smontata alla fine del Settecento. Nei giorni dopo l'incendio, il dibattito su come ricostruirla tocca una domanda che da centosessant'anni divide gli storici dell'architettura: che cosa significa restaurare?

Viollet-le-Duc nasce a Parigi in una famiglia colta e rifiuta di frequentare l'École des Beaux-Arts, che considera troppo accademica. Impara viaggiando, disegnando le cattedrali francesi e italiane. Nel 1840 Prosper Mérimée, ispettore generale dei monumenti storici, gli affida il restauro della basilica di Vézelay. Ha ventisei anni. Nei quarant'anni successivi lavora a Notre-Dame (dal 1844, con Jean-Baptiste Lassus), alla Sainte-Chapelle, alla cattedrale di Amiens, alle mura di Carcassonne (dal 1853), al castello di Pierrefonds per Napoleone III (dal 1858). Sono, in buona parte, gli edifici medievali francesi che oggi conosciamo.

Una teoria del restauro

Nel Dictionnaire raisonné de l'architecture française (1854–68) Viollet-le-Duc dà una definizione che è diventata celebre: restaurare un edificio non significa mantenerlo, ripararlo o rifarlo, ma «ristabilirlo in uno stato completo che può non essere mai esistito in un dato momento». L'idea è che il restauratore, studiando lo stile e la logica costruttiva di un'epoca, possa ricostruire ciò che manca in modo coerente, anche dove non esistono prove dirette. A Notre-Dame aggiunge la guglia, sculture, pinnacoli e le celebri chimere del parapetto, che non erano esistite nel Medioevo. A Carcassonne ricostruisce i tetti conici in ardesia, tipici del Nord della Francia più che del Midi. A Pierrefonds ridisegna un castello ridotto a rovina come sarebbe potuto essere.

Viollet-le-Duc — restauri principali
VézelayDal 1840 · basilica della Madeleine
Notre-Dame, ParigiDal 1844 · guglia 1859 · chimere
Sainte-Chapelle, Parigi1840–1860 · con Duban e Lassus
CarcassonneDal 1853 · mura e torri con tetti conici
Château de PierrefondsDal 1858 · per Napoleone III

Ruskin e la controversia

Nel 1849 l'inglese John Ruskin, nelle Seven Lamps of Architecture, scrive che il restauro è «la più totale distruzione che un edificio possa subire»: un edificio non si può riportare in vita, e ogni intervento cancella la storia che porta sulla pelle. Per Ruskin, gli edifici vanno mantenuti con cura e, quando sono destinati a cadere, lasciati morire con dignità. È l'origine di un dibattito che attraversa tutta la cultura della conservazione: da una parte chi vuole ricostruire lo stato «ideale» di un monumento, dall'altra chi difende tutte le stratificazioni del tempo. Una via di mezzo, quella dell'italiano Camillo Boito, propone nel 1883 di distinguere i restauri dall'originale in modo riconoscibile: è la base della moderna Carta di Venezia.

La condanna rischia però di nascondere un fatto: nel 1840 molti edifici che Viollet-le-Duc restaura stanno cadendo, o sono usati come cave e stalle. Senza di lui, Vézelay e Carcassonne sarebbero probabilmente rovine. Non solo: Viollet-le-Duc è anche un teorico del razionalismo strutturale. Nelle Entretiens sur l'architecture (1863–72) sostiene che le forme gotiche derivano da una logica costruttiva e che l'architettura moderna dovrebbe fare lo stesso con i materiali del suo tempo, ferro compreso. Da queste pagine attingeranno Art Nouveau, Guimard, Horta, e più tardi il razionalismo.

«Viollet-le-Duc è il restauratore più criticato e il più utile. Ha inventato un Medioevo più coerente di quello che era, e lo ha fatto abbastanza bene da farci credere che sia sempre stato così. La domanda che lascia non è se avesse ragione, ma di chi sia il tempo di un edificio: di quando è stato costruito, o di tutto ciò che gli è successo dopo?»