Il nome inganna. In molte lingue «brutale» fa pensare a qualcosa di duro e sgradevole, e per decenni il Brutalismo è stato accusato di essere proprio questo. Ma la parola ha un'origine più tecnica: viene dal francese béton brut, il calcestruzzo gettato in opera che, una volta tolte le casseforme, resta com'è, con la trama delle tavole di legno impressa sulla superficie.

Da dove viene il nome

La storia dell'etichetta è più intricata di quanto si pensi. Secondo la Society of Architectural Historians, l'espressione «neo-brutalista» fu usata per la prima volta in Svezia nel 1950 dall'architetto Hans Asplund, come un insulto. In Inghilterra, nel 1953, Alison Smithson parlò di «new brutalism» a proposito di una casa mai costruita a Soho. Nel 1954 i Smithson completarono la scuola di Hunstanton, nel Norfolk, che il critico Reyner Banham recensì nel 1955: è quel testo, «The New Brutalism», uscito su Architectural Review nel dicembre 1955, a trasformare l'etichetta in un movimento.

All'inizio, dunque, il Brutalismo inglese non era uno stile di superfici ma una posizione etica: onestà nei materiali, struttura e impianti a vista, una pianta leggibile. Soltanto negli Stati Uniti, negli anni Sessanta e Settanta, la parola «new» cade e il termine diventa una semplice etichetta di stile.

Il modello: Le Corbusier a Marsiglia

Il punto di riferimento è l'Unité d'Habitation di Le Corbusier a Marsiglia, completata nel 1952: 337 appartamenti per circa 1.600 abitanti, in calcestruzzo grezzo che porta impressa la trama delle tavole di legno delle casseforme. Quel calcestruzzo lasciato com'è, senza intonaco né rivestimento, è il vero codice genetico del Brutalismo.

Come riconoscerlo
MaterialeCalcestruzzo a vista, spesso con la trama delle casseforme o la superficie martellata
VolumiGrandi masse, forme scultoree, blocchi ripetuti
Struttura e impiantiElementi portanti e condotti lasciati visibili
SuperficiNessuna decorazione applicata: la texture è il decoro

Queste caratteristiche (scala e massa, grandi forme di calcestruzzo, superfici ruvide, impianti visibili) sono quelle che il Royal Institute of British Architects indica come tipiche del Brutalismo. Lo stesso istituto ricorda che nel Brutalismo degli anni Sessanta il calcestruzzo grezzo era dominante, con le tracce delle tavole al National Theatre e l'aggregato martellato al Barbican.

Quattro luoghi, quattro volti

A Londra, Denys Lasdun chiude nel 1976 il Royal National Theatre: terrazze di calcestruzzo a vista che scendono verso il Tamigi. A New Haven, Paul Rudolph trasforma il calcestruzzo in una pelle scanalata e martellata a mano con l'Art and Architecture Building di Yale. A Boston, il municipio di Kallmann, McKinnell e Knowles, scelto con un concorso annunciato nel 1961, viene iniziato nel 1963 e completato nel novembre 1968. A São Paulo, Paulo Mendes da Rocha porta il cemento grezzo su un'altra strada, quella della scuola paulista, dove la struttura è l'edificio.

Non tutto il Brutalismo è calcestruzzo: Hunstanton, il primo edificio a portare l'etichetta, è fatto di acciaio e mattoni a vista, e proprio per questo Banham ne lodò la franchezza costruttiva.

Perché divide ancora

Il Brutalismo ha sempre diviso. Il Royal National Theatre fu paragonato da Carlo, principe di Galles, a una centrale nucleare; l'edificio di Yale fu celebrato e insieme odiato; Mendes da Rocha rifiutava l'etichetta. Eppure è proprio la franchezza dei materiali, la stessa che i primi critici cercavano, a rendere questi edifici riconoscibili a colpo d'occhio. Per approfondire i casi più noti, si possono leggere gli articoli su Rudolph, Lasdun e Mendes da Rocha.